Valerio
 
La villetta di Samuele sorgeva accanto a quella di Valerio, uno scapolo attempato assai corpulento e brontolone. Questi era sempre vissuto con l’anziana madre ammalata ed era rimasto scapolo per non lasciare sola quella donna cui era legato da un affetto morboso. Purtroppo da qualche anno era morta, ma per lui era come se fosse ancora viva e manteneva intatta la stanza, tutti gli oggetti e le consuetudini appartenuti alla vecchia signora. Venerava il suo ricordo, le parlava come se fosse presente in casa, preparava le pietanze che lei preferiva. Per questo motivo il poverino era stato spesso vittima delle beffe di Samuele che era diventato suo amico. Ad esempio, una volta gli aveva fatto sparire lo scialle della defunta in cui lui si avvolgeva per sentire il suo odore. Un’altra volta gli aveva sottratto le medicine che ancora comprava come quando era viva. E poi gli faceva sparire i giornali, la spesa.
Un giorno aveva messo a soqquadro il letto della madre che Valerio teneva come se vi dormisse ancora. Quel letto rappresentava una vera reliquia e quando si accorse della violazione, cominciò a gridare e a inveire contro l’amico.  
Nonostante tutto ciò voleva bene alla famiglia di Samuele ed era particolarmente affezionato a suo figlio Lorenzo, un bimbo di cinque anni che si recava da lui a farsi dare le caramelle.
- Valerio sei grassone, sei grassone!- lo canzonava il bambino.
-E io non ti do più le caramelle, - rispondeva l’altro.
-Te le mangi tutte e diventi più grasso ah ah ah ah.
Poi in una bella mattina di sole, Lorenzo era a passeggio con la mamma lungo il viale di casa. Improvvisamente era sfuggito alla sua mano ed era corso in mezza alla strada a prendere una palla.  Proprio in quel momento sopraggiungeva un’auto. La scena fu vista da Valerio che non aveva perso tempo e si era precipitato a salvare il bambino. Era riuscito a spingerlo da parte, ma era stato investito in pieno dalla vettura ed era morto sul colpo.
- Papà ti ricordi quando Valerio mi dava le caramelle?
- Certo, lo ricordo Lorenzo.
- Sai, una volta mi chiese se gli volevo bene.
- E tu cosa hai risposto?
- Che non gli volevo bene perché era troppo grasso.
- E oggi cosa gli avresti risposto?
- Che gli volevo tanto bene! - aveva detto Lorenzo singhiozzando.
Samuele spesso aveva ripensato alle terre appartenute al proprio nonno.
Da ragazzo, vi aveva trascorso le estati più felici, tra i filari d’uva o all’ombra dei tigli. Si era sentito derubato ingiustamente dai fratelli, defraudato di quelle magnifiche campagne dove aveva giocato spensierato, dove si recava a raccogliere i fiori di primavera, su cui vedeva svolazzare le farfalle e dove udiva il frinire sommesso delle cicale.
Oggi che Valerio non c’era più, ricordava quando l’amico gli aveva raccontato di possedere delle terre al sole coltivate a frumento e a ulivo. Ma gli erano state rubate dall’unico fratello che se le era accaparrate senza riconoscergli la metà dovuta. Valerio aveva perdonato e aveva lasciato fare senza rivolgersi né ad avvocati, né a tribunali. Quindi Samuele confrontava quella magnanimità con il proprio eterno rancore, con l’antico odio per l’ingiustizia subita. L’amico gli aveva insegnato che si può continuare a vivere e ad amare pacificamente, perché l’amore vince su tutto e l’odio invece rode e corrode l’anima lentamente come un tarlo. Chi ama perdona e trova serenità e quiete, chi continua a odiare, macera la propria mente e la propria coscienza.
Addio Valerio, amico quieto e paziente, buono e mansueto! La tua mitezza resterà per sempre impressa nei cuori di coloro che ti amarono.